Con la sentenza dell’11 marzo scorso, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato, all’unanimità, che vi è stata una violazione dell’art. 8 della Convenzione europea, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare (caso Y.Y. c. Turchia). Il caso riguardava il rifiuto da parte delle autorità turche di concedere l’autorizzazione per un intervento chirurgico di mutamento di sesso per il fatto che la ricorrente non era permanentemente incapace di procreare. La ricorrente – registrata alla data d’introduzione del ricorso sul registro civile sesso femminile – si è rivolta dunque alla Corte EDU lamentando una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata. In particolare, affermava che la contraddizione tra la sua percezione di sé come un uomo e la sua costituzione fisiologica era stata riconosciuta da referti medici e che il rifiuto della sua richiesta da parte delle autorità nazionali era basato soltanto sull’attestazione della sua capacità di procreare. Sul punto la Corte ha statuito che il diritto dei transessuali di godere pienamente del proprio diritto allo sviluppo personale e all’integrità fisica e morale non possono essere considerati come una questione controversa. I giudici di Strasburgo hanno affermato che, anche ammesso che il rifiuto della domanda della ricorrente iniziale per accedere al cambio di sesso per via chirurgica sia basato su un motivo rilevante, tale rifiuto non può essere considerato basato su di una giustificazione sufficiente ed 13 adeguata. In particolare, l’interferenza che ha portato il diritto della ricorrente al rispetto della sua vita privata dire non era “necessaria” in una società democratica. Nel negare a Y., per molti anni, la possibilità di subire una tale operazione, la Turchia ha dunque violato il suo diritto al rispetto della propria vita privata.

AFFAIRE Y.Y. c. TURQUIE

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