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Profili generali

L’attenzione alle problematiche connesse ai diritti fondamentali del singolo, non si esaurisce con la trattazione degli aspetti più spiccatamente “personalistici”. Essa, infatti, si estende alla tutela degli interessi di natura economica e, più in generale, alla salvaguardia dell’integrità patrimoniale dell’individuo stesso, intesa come mezzo di realizzazione dei primi. In tale prospettiva, l’attività professionale dello STUDIO LANA-LAGOSTENA BASSI si rivolge anche al settore della responsabilità civile, contrattuale ed extracontrattuale, settore che viene affrontato sia in ambito giudiziale, sia attraverso consulenze ed assistenze stragiudiziali. Rilievo particolare assume in tale ambito la competenza dello Studio in materia di responsabilità della Pubblica amministrazione per illeciti commessi a danno dei privati, specie alla luce della recente giurisprudenza di legittimità che ha riconosciuto la risarcibilità degli interessi legittimi (cfr. sentenza n. 500 del 22 luglio 1999 della Corte di Cassazione a sezioni unite). Lo Studio, in tale ottica, ha da sempre profuso un impegno attivo, e per certi versi innovativo, nella tutela del cittadino di fronte alla Pubblica amministrazione, in piena coerenza con l’attività di promozione e salvaguardia dei diritti fondamentali.

Mobbing

In tema di risarcimento danni, lo STUDIO LANA-LAGOSTENA BASSI dedica una particolare attenzione al fenomeno del mobbing ed alle molteplici problematiche ad esso connesse. Con il termine mobbing (dall’inglese to mob: attaccare, assalire) si deve intendere qualunque condotta impropria che si manifesti, in particolare, attraverso comportamenti, parole, atti, gesti o scritti capaci di arrecare offesa alla personalità fisica o psichica di una persona e di metterne in pericolo l’impiego e di degradarne il clima lavorativo. Le potenziali conseguenze giuridiche a cui danno origine i comportamenti qualificati come mobbing sono tanto di natura penale, che civile. Sotto l’aspetto civilistico esiste la possibilità di adire le vie legali, al fine di ottenere la cessazione del comportamento ritenuto lesivo, nonché di chiedere il risarcimento dei danni subiti ex artt.li 2087 c.c., che impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità psicofisica dei propri dipendenti, ex art. 32 della Cost., che tutela la salute (nella sua accezione più lata di salute psico-fisica) quale diritto fondamentale dell’individuo, ed infine ex art. 2043 c.c.. La responsabilità aquiliana, così richiamata, può nell’ ipotesi di mobbing estendersi sino a ricomprendere il concetto stesso di danno esistenziale. Sempre in ambito civilistico si segnalano una serie di interessanti pronunce della Corte di Cassazione (Cass, n. 475/1999; Cass. 8267/97; Cass. n. 1307/00; Cass. n. 314/99; Cass. n. 54), in merito alle quali si rileva che, raramente il comportamento vessatorio del datore di lavoro viene definito con il termine mobbing. Questo evidenzia che l’ordinamento vigente, pur in assenza di una specifica disciplina del fenomeno in oggetto, fornisce, comunque, una tutela di fatto al soggetto che ne è vittima. A conferma di quanto detto merita, poi, un’evidenza particolare, soprattutto in ragione dei suoi contenuti innovativi, la sentenza n. 1765, emessa dal Tribunale di Roma in data 17 gennaio 2003, a seguito di un giudizio instaurato da questo Studio per mobbing attuato ai danni di un ricercatore, anatomopatologo, dell’Università Cattolica (Policlinico Gemelli), che aveva denunciato i numerosi errori diagnostici perpetrati nel corso degli anni dal proprio superiore – Direttore dell’Istituto di anatomopatologia della Cattolica. In accoglimento delle domande di risarcimento, inoltrate da questo studio, a tutela degli interessi del proprio assistito “mobbizzato”, il Tribunale di Roma condannava l’Università Cattolica del Sacro Cuore al pagamento in favore dello stesso della complessiva somma di € 212,000,00, a titolo di danno per lesione dell’identità personale, danno per la perdita di changes, nonchè danno per sospensione di emolumenti.
Inoltre, come già rilevato, il mobbing ha, anche, un’autonoma rilevanza penale, ed è proprio sotto questo aspetto che è data la possibilità di denunciare chi è responsabile di maltrattamenti, per reato di violenza privata, in quanto la responsabilità penale è sempre personale. Tuttavia, si sottolinea che in ambito penalistico non esiste alcuna previsione normativa che sanzioni espressamente il comportamento del datore di lavoro, nel caso di vessazioni morali od aggressioni dallo stesso perpetrate sul luogo di lavoro. In ragione di detta lacuna legislativa, la tutela del soggetto “mobbizzato” in ambito penalistico è difficilmente praticabile e, comunque, subordinata all’ipotesi di una effettiva compromissione della integrità psicofisica dello stesso, vale a dire che è possibile solo quando ricorrono gli estremi della lesione personale, reato per il quale è prevista una responsabilità tanto a titolo di dolo, quanto a titolo di colpa. Sulla materia sono stati presentati ben cinque progetti di Legge, attualmente all’esame del Parlamento. E’ auspicabile che in futuro le anzidette lacune legislative vengano colmate e che ogni comportamento vessatorio tenuto sul luogo di lavoro, a prescindere dall’eventuale effetto lesivo allo stesso riconducibile, venga, comunque, sanzionato.

Anatocismo

Altro tema al quale è rivolta l’attenzione dello STUDIO LANA-LAGOSTENABASSI è quello del risarcimento danni per anatocismo, ossia per la capitalizzazione degli interessi scaduti. Lo sfavore del legislatore in merito alla detta capitalizzazione ha portato lo stesso ad escluderla in via di principio, facendo però, espressamente, salva l’applicazione degli “usi contrari”, così come indicati all’art. 1283 c.c., da intendersi quali usi normativi.
Ampiamente si è dibattuto nel corso degli anni in merito alla possibilità di considerare rientranti o meno tra gli usi normativi le “norme bancarie uniformi”, predisposte dalla Associazione Bancaria Italiana (ABI) ed in particolare le clausole relative alla produzione di interessi anatocistici , così come contenute nei contratti bancari. Sul punto, capovolgendo un orientamento giurisprudenziale che sembrava essersi consolidato negli anni, la Suprema Corte ha, dapprima con sentenza del 20 febbraio 2003, n. 2593 e successivamente con sentenza del 4 novembre 2004, n.2195 (Sez. Unite), negato la natura normativa delle dette clausole bancarie che, pertanto, se inserite in un contratto di conto corrente, debbono essere considerate affette da nullità insanabile. In ragione del detto orientamento giurisprudenziale, il diritto alla ripetizione delle ingenti somme corrisposte agli Istituti di credito da parte dei privati può attualmente ritenersi garantito. Tale stato di cose rende pressoché automatico l’accoglimento delle domande giudiziali volte al rimborso delle somme indebitamente percepite dagli Istituti Bancari nel corso degli anni passati. Al riguardo giova sottolineare che gran parte delle cause intentate dagli utenti in materia di anatocismo sono state definite con sentenze di merito favorevoli agli stessi. Ma vi è di più, grazie alla citata sentenza della Corte di Cassazione (2593/03) il meccanismo anatocistico ha trovato logica e conseguente applicazione anche con riferimento ad altra figura contrattuale: il mutuo. Ed in particolare, non è possibile cumulare gli interessi di mora con gli interessi dovuti sulle somme concesse in mutuo. Il diritto alla ripetizione degli interessi anatocistici corrisposti alle banche sussiste, dunque, anche in relazione a quest’ultima tipologia di contratti. Questo fornisce agli utenti una serie di opportunità che consentono loro non solo di ripetere quanto indebitamente versato agli Istituti Bancari, bensì anche di vedersi riconosciuto un diritto sino ad oggi negato.

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